Il mio racconto finalista al Premio "Roma da scrivere" 2009
Museo Pigorini, 22 novembre 2009

Pubblicato dall'editore Edilet nella raccolta dei 16 racconti vincitori e finalisti
Con una illustrazione della Scuola romana dei fumetti

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Il Ballo in maschera

Roma, Febbraio 1859

 

 

Ho ritrovato questi pochi fogli ingialliti tra le cose di mio padre, scomparso un mese fa. Costretto mia malgrado a mettere le mani tra i suoi ricordi, conservati in una vecchia cassetta di legno, ho ripercorso molte tappe della nostra vita insieme ma anche quelle a me estranee, quando ancora dovevo vedere la luce. Così, tra vecchie foto in bianco e nero, appunti di lavoro, biglietti affettuosi di mia madre e miei disegni di bambino, ecco emergere anche questo scritto di un mio bisnonno. Figura mitica, di cui in famiglia si raccontavano simpatici aneddoti, ma così lontano da noi da restare col dubbio della sua reale esistenza. Il nonno Vanni, così come lo chiamava mio padre,  violinista all’orchestra della Scala prima del pensionamento, doveva essere stato un uomo divertente, colto e forse romantico. Ed è strano come il termine bisnonno si colleghi inevitabilmente all’idea di un vecchio, come se i nostri avi non abbiano avuto mai una giovinezza, non abbiano avuto le loro avventure, non abbiano amato chissà quante volte come noi, e fatto le loro brave cazzate.

Aneddoti a parte, tramandati da mio nonno e da vecchie zie ogni volta con qualche variazione, di lui sapevo solo che, dopo la morte della moglie, era stato accettato alla Casa di riposo per musicisti di Milano, quella creata da Giuseppe Verdi. E lì poi era morto guardando il suo violino ormai appeso al muro. Delle sue vicende di giovanissimo maestro di musica a Roma,  mio padre non mi ha mai raccontato e ora mi resta il rimpianto di non poter commentare né con lui né con zie sopravvissute,  il contenuto dello scritto ritrovato, scavare nel nostro passato familiare per ripescare  altri ricordi dimenticati.

Che sia anche io un romantico come il nonno Vanni? Può darsi. Forse per questo non ho voluto riporre i fogli ingialliti insieme al resto nella scatola di legno. Ne rendo pubblico il contenuto, da me arricchito da note a piè di pagina, come omaggio mio e della mia famiglia all’imminente anniversario dell’Unità d’Italia.

 

 

 


 

 

 

                                Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi  

Milano 1907 
                                                        

 

 

Grazie ad un paio di lenti nuove di zecca, regalatemi dall’amico Mario[1], ora posso finalmente dedicarmi alla scrittura. Da giovane mi piaceva scriver poesie in rima, ma lo stato della mia anima non è più quello romantico e gagliardo di un venticinquenne.  E non so se sia cambiato a causa dell’età o pei troppi bei ricordi che sbiadiscono il presente. Perché io mi sento ancora quel giovanotto che con il suo violino suonava in teatro le musiche consentite dalla censura, e poi sfidava la guardia papalina accennando note di inni patriottici. Sventatezza della gioventù! E insipienza degli sbirri, che di musica non ne capiscono una mazza!

Ma ecco quel che ho da raccontare: la mitica prima de Un Ballo in maschera, splendida opera del maestro Verdi che in quel lontano 1859 venne a Roma, messa al bando dal San Carlo di Napoli dove la censura borbonica era peggio di quella di Pio IX. Evento rimarchevole in sé, ma anche perché ebbe un inaspettato e storico corollario di cui ben pochi sanno.

Dieci anni erano trascorsi dai giorni esaltanti della Repubblica romana[2] e dal suo tragico e rapido epilogo. E Roma di nuovo  era precipitata nella sua vita pigra e indolente, su cui un vento sciroccale perpetuo aveva piombato  una cappa irrespirabile di grigiore,  come a espiazione dei gravi peccati commessi.

All’epoca, giovane maestro di musica e violinista, da qualche anno diplomato al liceo  di Bologna grazie alle intercessioni (e ai denari) di uno zio pesarese amico d’infanzia di Giacchino Rossini,   ero al soldo di quel mezzo brigante di Vincenzo Jacovacci[3], l’impresario che a Roma faceva e disfaceva e che solo un Lanari[4] era riuscito a superare in capacità organizzative.

Jacovacci, chiamato “sor Cencio”, era una specie di fenomeno e bisognava prenderlo con i suoi pregi e tutti i suoi difetti. Che consistevano soprattutto in una biblica tirchieria e in quella capacità, tipicamente romana, di apparire un cialtrone anche quando riusciva in imprese impossibili. Ma era un grande conoscitore di musica e di teatro e amava in particolare le opere del maestro Verdi di cui aveva portato a Roma nel ’53 l’ancora inedito Il Trovatore, con l’enorme successo di pubblico e di critica che sappiamo, ma anche con le insoddisfazioni di chi era incappato nei suoi difetti.

Non so bene se Jacovacci si potesse definire un seguace degli ideali dell’Italia unita. Come tutti i romani stava ben attento a non sbilanciarsi, continuando ad adulare il Papa e la sua corte così da ottenere i sussidi straordinari necessari per gli allestimenti teatrali. C’era però in quegli anni, sotto l’apparente calma e indifferenza per gli eventi che accadevano nel resto d’Italia, qualcosa che ribolliva sotto la cenere, ma così impalpabile da far dire che a Roma sembrava di vivere come in un sogno, in una realtà sospesa nel tempo e dove qualsiasi fatto vi cadeva senza rumore, come nell’eternità[5].

Nel ‘53 ancora non sonavo per Jacovacci,  ma ero andato ad una delle repliche de Il Trovatore  al Teatro Apollo[6], che all’epoca era il tempio della musica, dei cantanti e dei musicisti romani,  e non solo. Il suo pubblico era quanto mai eterogeneo: aristocratici, borghesi e popolani che approfittavano del Carnevale per darsi alla vita mondana e ai festeggiamenti, vietati durante gran parte del resto dell’anno. E il sor Cencio era, per quell’occasione, sempre alla ricerca di un’opera che riempisse il teatro per tutte le repliche e che gli portasse bei guadagni. Ci pensava poi il povero Giovannino, il suo capro espiatorio, a prendersi gli insulti e le rampogne degli abbonati ritardatari che trovavano il proprio palco occupato da paganti dell’ultima ora! 

Per il Carnevale del ’59 non si sapeva bene quale spettacolo avrebbe allietato i romani perché la nuova opera verdiana, dopo i guai con la censura borbonica, che aveva fatto irritare grandemente l‘autore e  provocato una causa in tribunale,  ancora ai primi dell’anno era nelle mani dei censori ecclesiastici coi quali il sor Cencio aveva continui abboccamenti, nel tentativo di evitare ulteriori stravolgimenti della storia che gli avrebbero fatto saltare l’affare, visto che aveva già scritturato i cantanti e dato incarichi per la realizzazione delle scene.

Trovato finalmente l’accordo (il regicidio in Svezia si trasformò nell’uccisione di un Governatore nella Boston della fine del ‘600) fui chiamato dal sor Cencio insieme con il  resto dell’orchestra, per cominciare le prove di questa nuova opera che dal titolo iniziale Gustavo III era diventata Un ballo in maschera, passando per non so quanti altri titoli a seconda della censura cui era sottoposta[7].

Non nascondo che l’emozione fu grande. Per la prima volta mi sarei trovato al cospetto di quel genio della musica di cui conoscevo tutte le composizioni e di cui cantavo a mezza bocca le arie dei cori che ormai erano divenuti inni rivoluzionari.

Si mise in moto, quindi, la macchina teatrale del sor Cencio che, come sempre, era accompagnata dall’arruffio di chi pretende di nascondere quelle che a Roma chiamiamo “magagne” e che in questo caso riguardavano soprattutto i cantanti. Anzi, le cantanti. A sostenere la parte del paggio en travesti era stata scelta una giovane soprano alla quale non mancava tanto la voce quanto la tecnica e il brio necessari, e nei panni di Amelia c’era una sgolata Eugenia Julienne-Dejean reduce da un clamoroso fiasco a Trieste. D’altra parte è pur vero che non s’era ancora vista un’opera che richiedesse ben cinque protagonisti in scena e avesse la necessità di tre voci femminili (con quella di Ulrica) tutte dotate e di diverso carattere.  

 A reggere le sorti di questo capolavoro, che tale rimase nonostante le  “cagne latranti”, c’erano però il maestro Emilio Angelini sul podio, il grande Gaetano Fraschini[8] nella parte di Riccardo e Leone Giraldoni  in quella di Renato. La messa in scena si doveva al bravo e fidato Giuseppe Cencetti.  E la musica! La musica potente e per la prima volta davvero giocosa e brillante, talvolta quasi comica,  come non s’era mai sentita, neanche ne La Traviata, e così lontana dall’idea di dramma e melodramma, senza mai una sbavatura e perfetta nel suo impianto dalla prima nota fino all’ultima! Una grande opera italiana, tale da far crescere l’orgoglio di voler essere italiani.

Il maestro Verdi, a Roma da fine gennaio con la sua Giuseppina[9] che poi seppi avrebbe sposato pochi mesi dopo, assisteva silenziosamente da un palco a tutte le prove e immagino che, pur non intervenendo platealmente, avesse parecchi suggerimenti da elargire in camera caritatis all’Angelini e al Cencetti. Era scontato anche che fosse alle prese con la tirchieria quotidiana del sor Cencio che infatti, dopo la serie di spettacoli e le critiche alle cantanti, pare avesse assicurato, per l’anno successivo, un risparmio questa volta su tenore e baritono. 

L’attesa, quando si sparse la voce dell’arrivo della nuova opera e del maestro in persona, che aveva preferito l’Apollo di Roma alla Scala di Milano, era alle stelle. Già prima della serata inaugurale, la città  cantava alcune arie carpite durante le prove e tutti i maestri dell’orchestra, me compreso, fischiettavano uscendo dal teatro la tarantella “Fuggi, fuggi per l’orrida via” o l’aria ironica e divertente “E’ scherzo od è follia”. Lo stesso maestro Angelini, quando l’orario corrispondeva, nel darci appuntamento cantava stentoreamente ma con ammiccamento: “Dunque signori aspettovi, incognito, alle tre!”.

La sera della prima il teatro era pieno come un uovo e il botteghino aveva venduto anche tutti i posti in piedi. L’evento era del resto così straordinario che neanche il funerale del Papa sarebbe riuscito a smuovere il pubblico dalle poltroncine rosse conquistate a caro prezzo, si trattasse pure di nobili e cortigiani timorati di Dio.  E così, malgrado i risparmi del sor Cencio e l’assenza di benedizioni ecclesiastiche,  il miracolo si compì.

Un pubblico plaudente, estasiato ed eccitato salutò con un’ovazione il maestro Verdi che ringraziava con eleganza da un palco, e la caciara terminò solo dopo che il sor Cencio, preoccupato per il costo delle luminarie, decise di trattenere i cantanti dietro il sipario dopo l’ennesima chiamata.

Come un raggio di luce, quell’opera scaturita da una mente umana, arrivò a dare a noi poveri romani, così avviliti e indifferenti alle cose della vita e della storia, una improvvisa e inattesa  sferzata di vitalità. Tanto forte proprio perché non ricercata e soprattutto non proibita dal parroco o, peggio, dagli sbirri, così da apparire in tutta la sua forza quasi eversiva, in una città in cui il diavolo aveva le sembianze di un uomo barbuto in camicia rossa e i suoi simpatizzanti erano colpevoli di abbracciare “il partito del disordine” rischiando come minimo la scomunica.

Ma può davvero la musica fare di questi miracoli? Mentre il sor Cencio si fregava le mani soddisfatto, contando gli scudi che si moltiplicavano nella sua cassa, sembrò in quel Carnevale del ’59, che qualcosa finalmente fosse arrivato a spezzare il fosco incantesimo che teneva Roma lontana dal mondo.

Del resto, qualcosa effettivamente si  moveva. Era quello il mese in cui si preparava la Seconda guerra d’Indipendenza[10], l’annessione al Piemonte della Lombardia, di Parma (con gioia del maestro Verdi),  della Toscana e delle Romagne, mentre nelle Marche e in Umbria cresceva nel sangue la volontà di spezzare il dominio papalino[11].     

Ma Roma restava muta e indolente di fronte ai cambiamenti che segnarono un’epoca e anche i pochi patrioti che non erano in esilio dopo aver assaggiato le catene di Castel Sant’Angelo o si erano salvati dalle ghigliottine sparse un po’ qui e un po’ lì, non osavano mettere il naso fuori dalle loro cantine dove, forse, ancora tentavano coraggiose, quanto inconcludenti  riunioni clandestine.

Insomma, non so bene chi fu e quando, ma già dalla seconda o terza replica in teatro cominciò a circolare il gioco dell’acrostico “Viva Verdi”, le cui iniziali potevano significare “Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Chi fu ad inventare il gioco, o meglio a scoprire questa straordinaria coincidenza che aveva qualcosa di esoterico e che per questo fu attribuita dai più al solito massone, estraneo all’anima della Città santa? O forse fu un socio dell’Accademia Tiberina[12], che faceva il verso a quella della Crusca,  e che si divertiva coi giochi di parole e come un novello Pasquino lanciava da suddito sberleffi al potere pontificio, rimanendo nell’ombra dell’eroica anonimità?

Non lo sapremo mai. Ma è un fatto che qualche giorno dopo apparve su un muro poco lontano dalla casa presa in affitto dal maestro Verdi a Campo Marzio, la famosa scritta. Da lì, misteriosamente così come era nata, si trasferì in un baleno sui muri di Milano e di Venezia a preannunciare quell’Unità d’Italia che ormai lontana non era, e ad accompagnare le recite verdiane nei grandi teatri dove ogni volta si celebrava la volontà d’un popolo. Ma  Roma continuava a dormire e benché avesse tenuto a battesimo  l’evviva italiano, qualsiasi bollore evaporò all’istante. E quando nel ’67 due disgraziati[13] ci rimisero la testa per aver fatto saltare in aria la caserma degli zuavi, e Garibaldi era a Mentana in attesa di ben altri evviva, non accadde nulla.

  

Roma era sempre quella che così tratteggiava il Belli[14] nel 1833:

 

‘Na setta de garganti che rrameggia
E vvò ttutto pe fforza e cco li stilli:
Un Papa maganzese che stangheggia,
Promettennosce tordi e cce dà ggrilli.

'N'armata de Todeschi che ttraccheggia
E cce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:
Un diluvio de frati che scorreggia
E intontissce er Ziggnore co li strilli.

Preti cocciuti ppiù dde tartaruche:
Edittoni da facce un focaraccio:
Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:

Li cuadrini serrati a ccatenaccio:
Furti, castell'in aria e ffanfaluche:
Eccheve a Roma una commedia a bbraccio.

Firmato: Giovanni Menestrelli
Maestro di musica-violinista



[1] Si tratta probabilmente di un altro ospite della Casa di riposo.

[2] La Repubblica romana, nata nel contesto dei grandi moti del 1848 che coinvolsero tutta Europa, ebbe come quest'ultimi vita breve (dal 9 febbraio al 4 luglio), a causa dell'intervento della Francia di Napoleone III che per convenienza politica ristabilì l'ordinamento pontificio, in deroga ad un articolo della costituzione francese.

[3] Nato a Roma nel 1811, fu uno dei più importanti impresari di quel periodo, con la gestione di diversi teatri anche in altre città, ma noto soprattutto per la gestione dell’Apollo che portò al massimo del suo fulgore con la rappresentazione di capolavori della musica di quel periodo.

[4] Alessandro Lanari (1787-1852) fu il più  potente impresario teatrale dei suoi tempi e al quale si deve la commissione di opere tra le più importanti dei compositori dell’epoca (Bellini, Donizetti, Verdi, Rossini). Gestì i maggiori  teatri  d’opera del momento: il Teatro alla Scala e il Teatro della Canobbiana a Milano, il Teatro La Fenice a Venezia, il Teatro La Pergola a Firenze, il San Carlo a Napoli, il Comunale a Bologna, il  Tordinona e l’Argentina a Roma, il Filarmonico a Verona e molti teatri di provincia.

[5] Qui lo scrivente sembra riprendere una nota di Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco (1821-1891) che visse proprio in quel  periodo a Roma. Appassionato del mondo latino, si dedicò poi alla stesura de “Storia della città di Roma nel Medioevo”. Fu nominato cittadino onorario di Roma nel 1856.

[6] L’Apollo, all’epoca  uno dei teatri più importanti di Roma insieme all’Argentina, non esiste più. Fu demolito per la costruzione dei muraglioni del Tevere. Sorgeva a Tor di Nona dove una fontana e una stele sul Lungotevere oggi  ne ricordano i fasti.

[7] L’opera ebbe varie difficoltà con la censura. Dapprima a Napoli dove fu presentata per il visto col titolo originale Gustavo III (vicenda già portata sulle scene all’Opéra di Parigi  nel 1833 da Daniel Auber con libretto di Eugène Scribe)  e ambientata in Svezia,  per diventare poi La vendetta in domino ambientata in Polonia, che fu però trasformata in un'altra opera: Adelia degli Adimari. I censori non ammettevano la rappresentazione di un regicidio e anche a Roma, dove l’opera rischiò d’essere chiamata Duca di Stettino, fu infine accettata con il  titolo Un Ballo in maschera dopo alcune modifiche al libretto di Antonio Somma.

[8] Al famoso tenore pavese Gaetano Fraschini è intitolato il teatro comunale di Pavia

[9] Giuseppina Strepponi, grande soprano lombarda, cantò  nei teatri italiani e austriaci. Cominciò a frequentare Verdi (da poco rimasto vedovo della prima moglie Margherita Barezzi) interpretando alcune sue opere, fra cui la prima assoluta di Nabucco nel 1842 e Ernani nel 1844. La salute malferma le impedì di proseguire la carriera di cantante.Il suo nome resta soprattutto legato a quello di Giuseppe Verdi, con cui convisse dal 1848 al 1859, quando i due si sposarono il 29 aprile. E’ sepolta insieme a Verdi nell'oratorio della Casa di riposo per musicisti di Milano.

[10] La Seconda guerra di indipendenza italiana (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859) vide confrontarsi l'esercito franco-piemontese e quello dell'Impero austriaco. La sua conclusione permise il ricongiungimento della Lombardia al Regno di Sardegna e pose le basi per la costituzione del Regno d'Italia.

[11] Il 20 giugno del 1859 si consumano le cosiddette "stragi di Perugia", perpetrate dai reggimenti svizzeri inviati da Pio IX contro i patrioti umbri che si erano ribellati al dominio dello Stato della Chiesa, procedendo all'occupazione della città, al saccheggio ed al massacro di civili. Il 16 settembre 1860, in seguito alla battaglia di Castelfidardo, il capoluogo umbro si ricongiunge al nascente Regno d'Italia. Per le azioni  patriottiche compiute, la città di Perugia  è la nona tra le 27 città decorate con medaglia d'oro come "benemerite del Risorgimento nazionale”

[12] L’Accademia Tiberina, fondata fra gli altri da Giuseppe Gioacchino Belli nel 1823 con lo scopo soprattutto di   coltivare le scienze e le lettere latine e italiane e, particolarmente, tutto ciò che riguardava l'Urbe e gli studi storici su Roma. Annovera tra i suoi soci personalità del mondo letterario, musicale, politico, religioso e industriale.  Oggi è anche Istituto di Cultura Universitaria e di Studi Superiori ed ha sede in via del Vantaggio. .

[13] Giuseppe Monti  e Gaetano Tognetti accusati di aver fatto esplodere, il 22 ottobre 1867, alcuni barili di polvere nelle fogne della caserma Serristori, causando la morte di ventitré zuavi francesi, furono ghigliottinati il 24 novembre dell'anno successivo in Piazza dei Cerchi.

[14] Si tratta del sonetto Er ventre de vacca