Casa Collins - Le memorie della "segretaria inglese" di Garibaldi
Romanzo

 

Prefazione del curatore

 

 

Naturalmente un manoscritto, direbbe Umberto Eco, parafrasando Thomas Mann. In questo caso un manoscritto ritrovato che però non aggiunge molto alla verità storica che vi viene narrata e che anzi la conferma e la arricchisce solo di piccoli aneddoti in  parte già noti.

Le stesse vicende del manoscritto non rivendicano l’aurea di mistero che di solito circonda fortunosi ritrovamenti, rimanendo nella banalità del quotidiano lavoro dell’archivista. Ed è proprio ad un giovane bibliotecario, in forza all’Archivio storico di Sassari grazie ad un contratto a termine di co.co.co., che dobbiamo la segnalazione del memoriale, un insieme di fogli polverosi e in alcuni punti illeggibili, conservati in una scatola di cartone non catalogata, nascosta sotto una serie di plichi e faldoni senza valore, chissà da quanti decenni.

Alla sensibilità della Direttrice dell’Archivio, devo poi il passaggio di mano a me medesimo, impressionato ed elettrizzato da quella mole del tutto inedita di ricordi e di puntuali descrizioni,  in parte riferiti in lingua inglese.

Il lavoro di traduzione ( solo alcuni brani sono in lingua inglese) e di limatura è stato piuttosto lungo, ma sicuramente interessante, per certi versi anche divertente e spero che le mie  numerose manomissioni  al testo per renderlo il più possibile attuale,  non abbiano in alcun  modo stravolto quanto emergeva tra le righe sulla personalità dell’Autrice.

In quanto studioso e docente di Memorialistica risorgimentale, non posso che sottolineare quanto anche questo testo confermi la caratteristica fondamentale delle autobiografie di quel periodo: l'autore non parla tanto di sé quanto della sua partecipazione ad un vasto movimento collettivo, di popolo, del quale egli entusiasticamente ha fatto parte*.

Nel caso di Emma Claire Collins questo bisogno primario che la accomuna a Pellico, Abba, Settembrini, D’Azeglio, De Santis e allo stesso Garibaldi, appare tanto più significativo trattandosi non di un protagonista dei grandi movimenti, non di una testimone diretta dei fatti, non di una attivista e patriota, ma di una comprimaria, un’ideale “fiancheggiatrice” o  semplice “fan”, come diremmo oggi, che respira l’atmosfera di quegli anni e il senso eroico dei cambiamenti storico-sociali che così rapidamente le passano sotto gli occhi.

Anche la sua storia personale, l’abbandono dell’Inghilterra, la fuga, la vita londinese, i personaggi che accompagnano il suo destino, appaiono fortemente contaminati dalla sua stessa passione e assurgono a simboli di una vera e propria epopea senza confini territoriali, benché le ricerche storiche e la stessa testimonianza della nipote Fanny ne smentiscano la veridicità.

È comunque interessante notare come il racconto crei una doppia Emma: quella quasi rigorosamente storiografa, preoccupata di riferire i fatti storici del Risorgimento italiano in modo pedissequo, e quella  dedita alla costruzione di una vera e propria fiction, precorrendo involontariamente  le attuali tendenze della letteratura anglosassone.

È pur vero che la vita di Garibaldi a Caprera non abbia mai attratto gli storici e i biografi, e sia stata lasciata nell’ombra dai più, come si trattasse di una semplice parentesi nella vita del Generale, senza soverchia importanza rispetto alle imprese e alle elaborazioni politiche sull’Unità d’Italia che proprio in quegli anni “sardi” l’eroe risorgimentale ha compiuto ed elaborato.

Non sarà un caso se sui libri di storia, la “parentesi” sarda di Garibaldi sia liquidata in poche righe e Caprera sia ricordata quasi esclusivamente come luogo della sua morte.

Le memorie della Collins arrivano quindi a colmare un vuoto non solo storico, restituendoci la figura di un Garibaldi agricoltore, il novello Cincinnato d’Italia che alterna battaglie e incontri politici con l’umile lavoro del contadino. I ricordi dell’Autrice si dipanano nel testo originale in modo assai più disordinato di quanto restituisca quello da me curato, poiché non è improbabile che siano state scritti in momenti diversi e senza rispettare la naturale cronologia dei fatti.

Malgrado le mie modifiche abbiano sicuramente alterato lo stile ottocentesco della Collins, rilevo però la sua ottima padronanza della lingua italiana che probabilmente ella aveva studiato insieme al marito attraverso testi e grammatiche anglo-italiane, e l’ordinata grafia in  un corsivo ottocentesco piuttosto insolito per un’inglese, somigliante a quello delle nobildonne della nostra penisola.

Inoltre, ho ritenuto di aggiungere diverse note a piè di pagina allo scopo non solo di offrire interessanti informazioni e approfondimenti su quanto citato dall’Autrice, ma anche al fine di attualizzare per quanto possibile il racconto che, come noteranno i lettori, non si allontana troppo per alcuni temi dal confronto e dal dibattito che tengono banco nella nostra società, a distanza di circa 150 anni.

I brani in corsivo riportano solitamente lettere autentiche di Garibaldi all’Autrice (alcune conservate presso il Museo del Risorgimento di Roma), o comunque testi effettivamente esistenti dello stesso Generale. La mappa, ben conservata  è di pugno di Emma Collins.

 

                                                        Gavino Puddu

                                                                                    Professore associato

Cattedra di Memorialistica risorgimentale vera o presunta  
Università di Sassari                                             

 

* Si veda Gavino Puddu: “La memorialistica nel Risorgimento tra eroismo e intimismo” , in   Storia e Sardegna, Rivista trimestrale del Centro di Documentazione Storia Sarda Cagliari, maggio 2004. n. 398, pp. 9-21.

 

 

 

 

La Moneta, 19 settembre 1868

 

Sono tornata al nostro scoglio, quello che chiamavi “mushroom” perché sembra un enorme fungo di granito, ed è comodo per starsene seduti a contemplare la nostra isola in una di quelle giornate in cui i gabbiani si tuffano allegri in acqua e i profumi del cisto arrivano pungenti alle narici, prima che la tramontana li disperda in attesa di un’altra primavera.

Sto per abbandonare la nostra casa e anche te, ma so che tu capirai che il mio non è un tradimento. Ti lascio tra queste mura amiche e affido il tuo spirito inquieto ad un fratello. Il Generale ha da tempo comprato tutto, anche le nostre bestie.  Non ho fatto resistenza e anzi, sono felice che la nostra isola  sia tutta sua. Sono vecchia e stanca e ogni cosa, senza di te, mi appare faticosa ed inutile. 

Un aiuto a lui, che è più povero di me e che mai si è curato dei suoi affari, è arrivato da Londra.  Altri inglesi gli hanno permesso di comprare ciò noi abbiamo creato, ma poiché il nostro amore null’altro ha voluto darci se non questi beni materiali che non sono sangue del nostro sangue, è giusto che essi diventino di chi li ha amati più di noi, pur non essendone  l’artefice…  

Sto qui, quindi, a rimirare per l’ultima volta le rocce azzurrine della nostra isola, quando al tramonto pian piano scuriscono prima di sprofondare nel buio della notte.  Ma quante volte abbiamo visto la luna spuntare dal Teialone e riflettersi sull’acqua calma del passo,  come una spada di brillanti nascosta sul fondo, abbandonata  dal dio della guerra che finalmente rinuncia alla sua brama di sangue.

Aveva ragione Daniel quando ci descrisse questo luogo amato: “Se mai il paradiso esiste una parte è lì, però è un paradiso degli uomini e come gli uomini ha due facce”. E ci mise in guardia dalla potenza di una natura ammaliatrice che pretende un assoggettamento assoluto, anche dell’anima.  Non ne abbiamo mai avuto paura e  l’unica violenza contro cui abbiamo lottato è stata quella del vento. Una volta sopito, il paradiso era di nuovo nostro, e lontano il ricordo  delle tempeste.

Tempeste! Qui davvero  ce ne sono state, anche quelle della vita che hanno solo sfiorato noi,  ma preso in pieno il Generale. Da quando te ne andasti tanti avvenimenti hanno riempito da qui le pagine dei giornali e per molto ancora faranno parlare gli italiani e non solo loro.

Devo anche confessarti che in parte io stessa sono stata strumento volontario di un evento che sicuramente avrà un suo posto nella storia. Non so se sarebbe accaduto lo stesso tu presente, poiché la tua sottile ostilità per il Generale, che  ho voluto interpretare come espressa gelosia, mi avrebbe spinto a tenermi lontana dalle ambizioni eroiche. 

Tuttavia, l’essere trascinata nelle vicende  dell’Italia, mi ha almeno permesso di lasciare la mia malinconia struggente accanto a quel muro dentro il quale le tue ceneri mortali sono state racchiuse, per dedicarmi al destino non di un altro uomo, ma di un’intera nazione. Inglese sono di nascita, ma italiana per scelta e piena di gratitudine per i tanti giorni di felicità che qui ho goduto. 

Non credere però che il sogno del Generale si sia già realizzato. Roma è ancora l’odiata tana dei papisti, coltivata dai francesi e mal digerita dai torinesi, ma neppure la testarda volontà del Generale ha potuto congiungerla al resto della Nazione promessa, che tu hai lasciato quasi esaudita.  “O Roma o morte”, egli andava ripetendo a tutti, ma non è servito  affermarlo con le armi e il sangue. Anche il suo stesso sangue non è bastato, benché fosse versato per mano fraterna.

Ora ti avrò incuriosito, benché tu non avessi soverchi interessi per le sue vicende (quante volte ti ho rimproverato questa tua testarda e inaspettata indifferenza per una causa nobile!) e con  lui amavi soprattutto parlare di colture, vacche da mungere e  cavalli da domare.

Ma non preoccuparti, il Generale è vivo.

 Prima di tornare nel nostro paese da cui fuggimmo con poche ghinee tanti anni fa, ricchi soltanto del nostro amore esclusivo e prepotente, il solo nutrimento che ci fosse necessario per vivere, lascerò questi pochi fogli nascosti in una scatola di latta. Quella che tu usavi per conservare gli ami e i piccoli attrezzi per la pesca in mare. La nasconderò sotto quel  muretto che un tempo segnava il confine tra le due  proprietà, necessario per impedire ai nostri maiali e alle nostre capre d’invadere i possessi del Generale col quale per questo spesso ci siamo accapigliati.

E quante volte, mio adorato Richard, abbiamo poi deposto le nostre armi spuntate, così inutili e ridicole contro quel titano dalla voce suadente e dal sorriso ipnotico che con un semplice  cenno riusciva a riconquistare il nostro sguardo amichevole. Ci bastava vederlo da lontano seduto su uno scoglio col sole in faccia al tramonto, impegnato a cucirsi i bottoni su una delle sue logore camicie rosse, per rivolgergli un affettuoso pensiero.

Si sta facendo notte. Rivolgo l’ultimo sguardo dal nostro mushroom all’isola di granito, come sempre sdraiata sul mare indaco con le sue macchie azzurrine e i suoi piccoli approdi sabbiosi che conosciamo uno ad uno.  Riesco a distinguere a nord il grande scoglio che sembra una testa di polpo emersa dal cristallo dell’acqua quieta della sua spiaggia di rena fine e bianca.

Due rondinelle di mare s’inseguono nel cielo luminoso, s’incontrano e sembrano baciarsi.

Addio, mio adorato Richard, abbi pace. Ti lascio nel nostro piccolo paradiso.

 

Tua per sempre 
Emma

 

Capitolo I

 

L’esule, la vigna e Dumas

 

Il sole stava tramontando e io con  trepidazione ero in attesa di sentir bussare alla mia porta. Non sapevo come sarebbe riuscito a sfuggire alla serrata vigilanza delle regie navi che incrociavano di fronte alle nostre case, ma ero certa che nulla l’avrebbe trattenuto, neanche le cannonate.

Mi stupiva che tutti pensassero che fosse sotto controllo. Quel diavolo d’uomo ha compiuto gesta ben più pericolose  e ardite, e la sua testardaggine è certamente superiore alla sua stessa fama.

Del resto, negli ultimi mesi non faceva altro che proclamare:«Se ne riparlerà, alla rinfrescata». Ed eccola la rinfrescata. Anche il primo tentativo di fuga miseramente fallito, non era servito a scoraggiarlo, a nulla erano valsi gli arresti,  le raccomandazioni, gli inviti, le minacce e quell’esilio forzato nella sua stessa isola controllata a vista con i cannocchiali dai capitani sulle corvette e fregate del Regno,  spedite qui con l’incarico d’impedirgli qualsiasi movimento sospetto. C’erano anche i carabinieri  a stilare ogni giorno un verbale per rassicurare sulla vita tranquilla che si svolgeva alla Casa Bianca, con la lista quotidiana dei visitatori e del solito traffico di gente che va  e viene, e al quale ci siamo ormai abituati.

Ma col via vai arrivavano anche le notizie: si combatte per Roma, Menotti ha  conquistato gli avamposti verso la città,  le truppe papaline si sono  arrese,  ma l’insurrezione  dei romani non arriva. C’è il pericolo che Napoleone intervenga. Solo il Generale può salvare la situazione e finalmente conquistare Roma all’Italia.

Almeno questo mi aveva spiegato Jessie White, anche lei un mezzo diavolo di donna che non so come era riuscita a raggiungere l’isola, raccogliere ordini e indicazioni da portare in continente ai combattenti, mentre il Generale preparava con scrupolo la sua evasione.

 Jessie mi mostrò uno dei messaggi:
 Impegnate il mondo perché non mi lascino in questo carcere!…”, e un biglietto diretto a me, scritto con la sua ordinata, piacevole e inconfondibile grafia:
Emma carissima,

Venni a Caprera colla condizione d’esser libero  - e mi sono accorto che non lo sono. Ciò devo ad un Ministero fedifrago”.[1]

«Cosa intende? Perché mi manda questo biglietto?», chiesi a Jessie.

«Vuole fuggire, ha già organizzato la fuga.  Del resto, non sei stata tu ad avvisare il Generale che Canzio è qui? Una tartana è pronta a trasferirlo in Toscana, ma non può arrivare fino a Caprera. È necessario che il Generale raggiunga Porto San Paolo dove l’aspetta Canzio».

«È una follia, come potrà eludere la sorveglianza?». Ero preoccupata per lui e lo diedi a vedere.

«Emma! Cercherà di attraversare il Passo e approdare qui vicino. Vuole trovare ricovero in casa tua e chiedere a Susini di accompagnarlo fino a Porto San Paolo attraverso i monti della Gallura. Servono dei cavalli ed anche una guida che conosca la via più breve. Devi occupartene tu».

«Quando dovrebbe accadere?».

«Al più tardi domani o dopodomani».

Mi lasciò il biglietto, mi abbracciò e scappò via con l’impegno di rivederci presto.
«Il futuro della nostra Italia ora dipende anche da te!», gridò mentre si allontanava.

La nostra Italia.

Eppure siamo due donne inglesi, come  Emma Roberts, la Duchessa di Sutherland, Florence Nightingale, Lady Shaftesbury, Julie Salis Schwabe, Mary Seely…

Tutte ai piedi del Generale del quale conserviamo gelosamente ciocche di capelli, biglietti e brandelli d’abito come fossero reliquie di santo.

Per non parlare di Speranza, così innamorata del Generale da prendersi la briga d’educare quella selvaggia della figlia Anita. Neanche un collegio svizzero pare che serva  a sradicarla dalla selvatichezza che le ha trasmesso la madre Battistina.

D’altra parte da quella serva analfabeta non c’era d’aspettarsi di meglio e nessuno ha ancora compreso come abbia fatto il Generale a cadere nel gorgo della concupiscenza con una donna brutta e volgare, per ritrovarsi poi una figliola che è peggio di una capra, nata sull’isola delle capre e il cui annuncio di venuta al mondo è giunto al padre occupato a stringere i ranghi dei suoi Cacciatori delle Alpi contro gli austriaci.  Cioè, mentre conquistava anche cuori a Torino, Bologna e a Como tra una battaglia e un proclama e incontri col re. Fino a quando non è caduto nella trappola di quella sfrontata  della Raimondi che se le cose non fossero andate come sono andate, ora sarebbe lei la padrona della Casa Bianca al posto di Francesca che gli ha già scodellato una nuova figlia. E pensare che il Generale ha 60 anni ed è pieno d’acciacchi… Più di una volta gli ho consigliato i bagni minerali di Buxton nel Derbyshire dove è sorto un ospedale con  medici  che  adottano una cura infallibile per questi malanni, ma lui ha preferito Ischia, e anche quando è stato in Inghilterra nel ’64, non ha trovato il tempo per dedicarsi alla sua salute.  Gli attacchi  d’artrite alla Casa Bianca  lui li cura coi bagni di mare oppure con l’acqua gelata  e quando è immobilizzato  c’è chi se lo deve caricare sulle spalle o deve aiutarlo a salire a cavallo. Ma anche in questo caso, benché sia ridicolo vederlo trasportare sulla schiena da uno dei suoi fidi in camicia rossa,   la  sua voce melodiosa è irresistibile, come la sua calma patriarcale, quella barba ancora rossiccia e lo sguardo da eroe omerico.

Io stessa, quando lo vidi per la prima volta nel settembre del ’49 alla vigna dei Susini, mi emozionai. Di lui avevo naturalmente sentito parlare e non solo per le vicende italiane. Mio fratello Jack, ufficiale della Marina Britannica, ne era entrato in contatto in Sud America dove l’Inghilterra favoriva i movimenti indipendentisti e i ricchi traffici di merci. In diverse sue lettere mi aveva, fra l’altro, raccontato delle battaglie di un gruppo di corsari capitanati dall’italiano.  

Non era alto e slanciato come avevo immaginato, ma dalla sua figura robusta  emanavano forza ed energia,  un modo di muoversi sicuro e un calmo gesticolare con mani bellissime, che aveva qualcosa di affettuoso. Pensavo di trovarmi di fronte un tipo scuro e barbuto vestito da pirata, ma fui sorpresa dal suo elegante abito di velluto nero di foggia medioevale,  con la giacca stretta in vita che lo rendeva marziale e virile. Stivaloni e  cappello piumato con la falda rivolta in alto che  faceva risaltare il volto abbronzato e il lungo crine ramato, ne completavano la figura da romantico gentiluomo. Sembrava uscito da quel disegno che avevo visto su una rivista in occasione di una rappresentazione dell’Ernani.

Chi avrebbe detto che solo poche settimane prima egli era un fuggiasco  disperato (ma egli è forse  capace di disperazione?), braccato e costretto a cercare rifugio in pagliai e sotto tetti di fortuna dopo aver salutato con le lacrime agli occhi le spoglie della  sua amata Anita, affidate ad estranei? Un eroe, tornato brigante e malandrino dopo pochi mesi dall’avventura della Repubblica romana che lo aveva visto in Campidoglio e per le vie dell’Urbe, salutato dal popolo e dai notabili che facevano ala al suo passaggio, come  “gran guerrigliero di Montevideo, campione della libertà, stella d’Italia”…

Seduti in circolo nello stazzo[2] dei Susini dopo la faticosa giornata di vendemmia, all’aria vespertina ancora tiepida del primo autunno, ascoltammo il racconto delle sue più recenti vicissitudini di terra e di mare, dopo quello che definì non senza un sorriso, il  “trafugamento” dalla Romagna fino alle rive del Tirreno in Maremma dove con una barchetta aveva poi raggiunto Porto Venere per essere messo sotto custodia del generale La Marmora che governava Genova.

Nessuno osò, per rispetto, evocare il nome di Anita e la sua tragica, pietosa storia di donna eroica morta per amore. Non osammo neppure commentare il fallimento della Repubblica romana, i morti di villa Corsini,  e nessuno mai fece il nome del generale Oudinot che aveva costretto i triunviri alla resa e dell’odiato Pio IX. Due personaggi di cui io conoscevo ben poco ma che poi avrei ritrovato sull’isola sotto forma di asini, ai quali il Generale era solito dare il nome dei suoi nemici, benché poi li amasse quanto i suoi cavalli e i suoi cani, così come del resto sapeva amare anche le sue piante.

Quando  poi qualcuno volle chiedere  di Mazzini,  tutti capimmo che non era argomento da approfondire.

«Mazzini – ci disse  quasi ridendo – ha la smania di fare il generale, ma di guerra non ne capisce una mazza!».

La cosa ci stupì perché eravamo tutti convinti che i due andassero d’amore e d’accordo e non sapevamo ancora che il Generale si stava allontanando dalle strategie politiche del suo Maestro.

Commosso ci parlò però dei suoi giovani aiutanti di campo, speranze d’Italia morti a Roma nella difesa dei loro ideali.

Ricordo i suoi occhi lucidi al nome di Goffredo Mameli, un altro sardo come i Susini,  che aveva lasciato morente all’ospizio romano dei Pellegrini. Sapemmo poi che era morto,  divorato dalla cancrena a 22 anni, procurata da  una stupida ferita di baionetta inferta involontariamente da un  bersagliere di Manara,[3] nei combattimenti fuori Porta San Pancrazio.

«Giovane egli era – raccontò col groppo in gola – volto d’angelo, intelligenza sublime, rappresentante dell’Italia del mio cuore, non quella delle turpitudini e del lucro, del tanto per cento! Avevo trovato finalmente il trovatore, il vate d’Italia, colui capace di scrivere un inno che parla al cuore dell’italiano con l’eloquenza del fulmine, la potente parola del riscatto».

E prese a cantare  con la sua voce allora ancora tenorile, quei versi,  finché non si unirono anche i suoi uomini con altre voci virili :

“Fratelli d'Italia

L'Italia s'è desta,

Dell'elmo di Scipio

S'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

Ché schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

Perché non siam popolo,

Perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

Bandiera, una speme;

Di fonderci insieme

Già l'ora suonò”.[4]

 

Un brivido percorse allora la mia schiena benché io non sia una donna sentimentale e tanto meno una patriota, anzi straniera  e ben lontana ancora dalle vicende italiane, pienamente dedita com’ero a mio marito e alle nostre  occupazioni quotidiane che lasciavano poco tempo per leggere i giornali e i libri  che arrivavano con il postale una volta al mese alla Maddalena.

Ma un sentimento di pietà e di vicinanza, un senso fraterno d’amore per quell’uomo e per il suo ideale, sentii salire dentro di me quella sera settembrina allo stazzo dei Susini. Un sentimento tale che poi mi ha accompagnata per sempre e che ha trasformato  la mia estraneità in abnegazione e la mia apparente dissonanza in una perfetta armonia.

Passato il momento d’emozione, rimanemmo così ad ascoltare lui e i suoi compagni rivivere i momenti esaltanti della Repubblica romana e poi quelli tragici della disfatta, della fuga verso Venezia, e qualcuno sollecitò il Generale a scrivere le sue memorie.

«Potresti guadagnarci un po’ di denaro», fece notare  Pietro che era proverbialmente l’affarista della famiglia Susini. «Sicuramente ci sarà un buon editore che pubblica il manoscritto e di certo gli argomenti non mancano».

Il Generale sembrò un attimo estraniarsi e guardare nel vuoto, come ogni tanto gli capitava, e poi disse quasi  fra sé: « Se certa gente non si occupasse ufficialmente di rompermi i coglioni, io potrei  trovare un’occupazione. Ma ho l’impressione che anche ad impiegarmi come marinaio troverei difficoltà. Perdio! Che debba, per vivere, diventare uno scrittore come Alexandre Dumas?».

Tutti ridemmo ma restammo con l’impressione d’avergli dato una buona idea su cui  probabilmente si arrovellò per  il resto del suo soggiorno sull’isola e  in tutti gli anni a venire, quando poi vedemmo ancorata nelle acque di Cala Gavetta la goletta Emma, di proprietà dello scrittore  francese, sulla quale  aveva organizzato con don Liborio Romano l’entrata del Generale a Napoli nel ’60, in qualità di  suo entusiasta  sostenitore e biografo. Mi viene da pensare che il Generale sembra davvero  uno dei protagonisti dei romanzi di Dumas e che non ha nulla da invidiare al Conte di Montecristo e a Dartagnan.[5]

Alla Maddalena era arrivato dopo il rifiuto del bey di Tunisi, con Giovan Battista Culiolo, detto Maggior Leggero,  e altri patrioti che lo seguivano ovunque,  accolto dalla popolazione festante  riunita sulla banchina di Cala Gavetta. Delle sue gesta per la difesa di Roma, della sua fuga in Romagna, della morte  della moglie,  ci avevano raccontato non solo i giornali ma anche persone di qui che erano già direttamente in contatto col Generale e soprattutto con i suoi ideali.

Il Maggior Leggero era maddalenino e si era unito a lui in Brasile dopo aver disertato dalla Marina sarda, e per questo inseguito per un certo tempo da una condanna a morte. Piccoletto e nero, con occhi da gatto, indossava quella sera un paio di pantaloni genovesi[6] e la sua camicia rossa col fazzoletto al collo, così come faceva in Sudamerica quando il Generale, come lui stesso ci raccontò,  aveva comprato una partita di tessuto destinato ai macellai e quindi adottato  quella strana uniforme  per il suo esercito di patrioti mercenari, prestati ad una guerra per la libertà oltre l’Oceano e poi in patria.

Leggero per quei popoli aveva perso un braccio e col solo braccio rimasto aveva combattuto come una pantera contro gli austriaci in Lombardia  e contro i francesi a Roma. Era stato dato per morto. Ferito alla testa, alla mano e poi ad un piede nella battaglia di San Pancrazio, ci raccontò come s’era nascosto in città finché le acque non s’erano calmate, rifugiandosi poi all’ospedale dove l’avevano curato come potevano. Ancora malandato,  viaggiando a cavallo  anche di notte, aveva raggiunto il Generale a Cesenatico poco prima che Anita morisse in un capanno sulle rive del Po.

Non lo disse, ma era stato  lui a strapparlo piangente dall’abbraccio al corpo senza vita di Anita, perché sfuggisse ai soldati croati e papalini che lo avevano ormai individuato nelle paludi di Comacchio e che già avevano arrestato e fucilato gli altri fuggiaschi.[7]

Uno dei figli di Francesco Susini, Antonio,  era scappato di casa da ragazzo, aveva combattuto anche lui  in Sud America col Generale  ed era rimasto in Uruguay a guidare la Legione italiana. L’altro figlio, Niccolò,  aveva partecipato alla difesa di Roma e di lui portavano notizie consolanti.

E poi c’era Pietro, il terzo figlio, suo amico già prima di conoscerlo, che qui faceva gli onori di casa per risparmiare al padre le fatiche del patriarcato e per tenere al riparo lo  zio sindaco da possibili accuse di troppa accondiscendenza politica e di troppa deferenza istituzionale nei confronti di quel diavolo  repubblicano.  In fin dei conti La Maddalena era un spicchio del Regno di Sardegna e il sindaco Susini doveva almeno salvare le apparenze.

Ma  il Generale sapeva bene  di trovarsi tra amici fidati e di non avere nulla da temere su quell’isola selvaggia, così lontana dai salotti dove si tessevano le trame politiche del futuro dell’Italia, dove lui era considerato quasi un mezzo brigante, più simile a  un capo tribù pellerossa, e i suoi legionari  sciamannati peggio di  una piaga d’Egitto.

La sua fortuna, come lui stesso commentò, era stata quella di trovare al comando della nave che lo portava in esilio a Tunisi,  Francesco Millelire, altro zio di Pietro. Insomma, già prima di giungere, era circondato, protetto e quasi adottato dalla comunità dell’isola.

Una volta rifiutatagli l’accoglienza tunisina, non era stato difficile al comandante Millelire di convincere le autorità che La Maddalena era il posto migliore dove ospitarlo in attesa di nuovi ordini e di  una nuova più lontana  destinazione.

«Peccato – commentò il Generale –  perché a Tunisi ho lasciato molti amici e non mi dispiacerebbe riabbracciarli. Se avessi a suo tempo accettato l’offerta del bey nel ’34 di comandare la sua flotta, ora sarei sicuramente un ricco cortigiano, con un intero harem a disposizione…».[8]

Ma era  finito in Sud America e poi era successo quel che era successo…

Approdato a Cala Gavetta  con i suoi compagni e un distaccamento di 20 uomini imbarcati per la loro sorveglianza, era stato affidato al comandante militare che lo ospitava a casa sua per la notte e gli consentiva, sulla parola,  libero movimento per l’isola durante l’intera giornata.

Per un mese restò qui ospite dei Susini fino al tramonto e oltre: battute di pesca e di caccia, escursioni in tutta l’isola e in Sardegna, visite agli stazi dei pastori del circondario dove le donne generose di questa terra facevano a gara per offrirgli ricotta e formaggi, carni, pesce, selvaggina e buon vino delle vigne di Cala Peticchia. Ogni giorno era un pellegrinaggio di notabili e patrioti alla casa dei Susini dove sulla porta restava la piccola Anna Maria a fare da improbabile cerimoniere con le sue bambole di pezza.

Io respiravo da lontano la febbre che aveva contagiato tutti gli abitanti dell’isola, catturata dalla suggestione che quell’uomo riusciva ad evocare quando ciascuno cercava in lui il riflesso di sé, trovandovi quel che di meglio era nascosto nel fondo della propria anima. Coraggio, pazienza, fiducia, speranza, generosità, fratellanza, disinteresse e bellezza. Così ci appariva e così tutti ci specchiavamo in lui illudendoci d’esser suoi pari.

Restava estraneo a questa frenesia collettiva mio marito Richard e io con lui, costretta quasi ad ignorarla per non contrariarlo, benché me ne sentissi irrimediabilmente attratta .

Lui non amava i Susini con i quali aveva da tempo questioni d’interesse in sospeso e il Generale non lo affascinò, o forse specchiandosi in lui s’era rammentato di ciò che avrebbe voluto essere e non era stato.

E questa immagine non doveva essergli piaciuta. 

In quei giorni aumentò la sua propensione all’isolamento e al mutismo, coltivati anche grazie a continue bevute che finivano con l’intontirlo.

Diventò ancor più di malumore allorché arrivò la notizia che il Generale aveva compiuto uno dei suoi eroismi: mentre le donne preparavano il pranzo alla vigna, gli uomini erano partiti per una battuta di pesca all’Isuledda dove però il vento, come spesso accade da queste parti, s’era alzato. Una barca di pescatori  con a bordo anche un bambino, s’era capovolta e tutti rischiavano d’affogare. Lui non aveva esitato un attimo: da abile marinaio e nuotatore s’era tuffato in acqua, aveva raggiunto tre uomini e portati in salvo sulla spiaggia, poi era tornato sul luogo del naufragio e recuperato anche il fanciullo che era calato a fondo, avvolto nella vela.

Quando il Generale e i suoi compagni  finalmente lasciarono l’isola, sentii Richard quasi tirare un sospiro di sollievo e riprendere le redini della nostra vita placida, scandita dalle stagioni e dalle messi che con tanta fatica ci davano di che vivere.

Sapevamo da Susini che il Generale era stato destinato all’esilio e che i suoi sogni di unificazione sembravano tramontati.

Pietro mi mostrò una sua lettera, giunta a fine novembre da Gibilterra.

Un biglietto scritto con la sua ordinata grafia che poi mi sarebbe divenuta quanto mai familiare. Con affetto ricordava l’ospitalità dei suoi amici “in cui ho trovato la quiete dell'anima sconvolta dalle peripezie di una vita di tempeste”.

Ora mi viene da sorridere al pensiero che ben altre tempeste lo attendevano…

Ci informava delle sue prossime mete: gli Stati Uniti o  l’Inghilterra; baciava la mano alle donne Susini e la bocca della piccola Anna Maria e faceva cenno a Castor, il cane che gli aveva regalato Pietro e che ora immaginavamo dormire al lato della sua spartana couchette.

È strano, ma da quelle poche parole che volevano sembrare struggenti e cariche di nostalgia, non trapelava commiserazione per il proprio destino, apparendo come il saluto di chi s’allontana per una parentesi avventurosa, con nessun’altra  meta se non il ritorno al porto sicuro della propria famiglia.

Può darsi che ora il mio ricordo si intrecci con gli eventi più recenti e che lo stato d’animo vissuto allora non fosse esattamente quello che mi piace evocare. Sono trascorsi troppi anni, e i  troppi avvenimenti importanti, pur se quotidiani, hanno forse deformato la memoria mia e di quanti hanno avuto la fortuna di condividere la vita della Casa Bianca e di coloro  che  si sono avvicendati intorno a quel potente magnete fatto di carne e di ossa, vestito col suo poncho americano, con in testa il sombrero e tra le dita deformate dall’artrite il sigaro acceso, umido di saliva.

Quel contadino che dissoda terreni aridi strappandoli alla roccia e conquista città e patrie, che né re ed eserciti e  neanche il granito riescono ad ammansire.  Quel Dio greco dal pelo ramato, vestito con le camicie cucite da sé,  su un Olimpo selvaggio, profumato di lentisco ed elicriso dove i venti sanno scolpire le montagne,  trasportando in un soffio gli aneliti alla libertà dei popoli.

Confesso, l’ho amato. Ma come si amano i miti incarnati, con quella sorta di timidezza interiore e di naturale sottomissione che si devono a personaggi in carne ed ossa ma  comunque irraggiungibili, benché essi si degnino di rivolgerci uno sguardo e una parola affettuosi.

«Tornerà mai qui?», chiesi a Pietro.

«Chissà», mi rispose egli, con gli occhi lucidi.



[1] Il biglietto è realmente esistente. Si trova nell’archivio dell’Istituto di Storia del Risorgimento Italiano di Roma, Vol. ms. 169/572 (N.d.C.)

[2] In Gallura s’intende per stazzo la casa rurale e nel contempo la relativa tenuta. (N.d.C.)

[3] Anche Luciano  Manara, a 24 anni,  era morto con molti dei suoi bersaglieri nelle ultime ore di battaglia contro i francesi intorno alle rovine di villa Spada. Aveva partecipato alle Cinque  giornate di Milano e alla battaglia di Goito contro gli austriaci (I guerra d’Indipendenza). (N.d.C.)

[4] Scritto nel 1847 da Goffredo Mameli all’età di 20 anni, con musica di Michele Novaro, si chiamava in origine “Il canto degli italiani”. Veniva cantato come inno patriottico durante il Risorgimento e il Piemonte lo vietava, considerandolo un inno eversivo. Fu vietato anche durante il fascismo. Dopo la guerra  divenne l’Inno nazionale italiano, ma solo nel novembre 2005 il Senato ha approvato un Decreto legislativo che lo ha reso ufficiale. (N.d.C.)

[5] Dumas fu un sostenitore di Garibaldi che a Napoli lo nominò Sovrintendente delle Belle arti e degli Scavi di Pompei. Scrisse le “Memorie di Garibaldi”, “Viva Garibaldi”  e “I Garibaldini” in cui racconta l’epopea dei Mille. (N.d.C.)

[6] I  Blue-Jeans. Erano pantaloni confezionati con la tela usata per  le vele e per  coprire le merci al porto di Genova ed erano indossati dagli scaricatori e i marinai. La produzione dei pantaloni fu poi standardizzata dal 1850 in America da Levi-Strauss per i cercatori d’oro e i minatori. (N.d.C.)

[7] Tra cui il padre barnabita Ugo Bassi e il capopolo romano Ciceruacchio (Angelo Brunetti), con il figlio tredicenne. (N.d.C.)

[8] Nel 1834 a Tunisi vivevano circa 8.000 europei di cui un terzo italiani molti dei quali fuoriusciti, carbonari e affiliati, come Garibaldi,  alla Giovane Italia di Mazzini. In quell’anno Mazzini e Garibaldi erano stati condannati a morte in contumacia, dopo il tentativo fallito della  sommossa di Genova. Garibaldi riuscì a fuggire riparando prima a Marsiglia e poi a Tunisi. Mazzini era già in Svizzera e successivamente  si trasferì a Londra. (N.d.C.)