Home page--------barbaraminniti.it

 

I would hate that death bandaged my eyes,

and forbore,

And bade me creep past.

(Mi ripugna che la morte mi bendi gli occhi pietosa e mi faccia passare il varco strisciando.)

ROBERT BROWNING

 

 

 

CAPITOLO I

 

“Vuole rivederle”.

Marta si chiuse alla spalla la porta, sussurrando la breve frase. Forse sarebbe dipeso dal tono della sua voce se Silvia avesse evitato uno dei suoi scatti di stizza irragionevole.

“Vuole rivederle”. Riprovò l’intonazione. Immaginava quando glielo avrebbe detto. Dandole le spalle davanti al lavabo della cucina per evitare il suo sguardo e la sua reazione istintiva. Non era facile farle accettare una simile situazione, ma d’altra parte, che alternativa aveva? Silvia avrebbe dovuto mandar giù in un modo o nell’altro la decisione del padre, lui ora aveva ogni diritto, non era possibile negargli nulla.

“Vuole rivederle”.

Marta cercò  di immaginare la loro visita nella  grande casa. C’era posto per tutti. Anche se fossero arrivate nello stesso periodo, avrebbe potuto dare a ciascuna  una camera. Chi sistemare nella stanza che dava sul giardino di fronte? Sicuramente era la più bella. La più bella andava certamente  ad Adriana. La sua bellezza splendente era quasi un mito per lei. Sapeva quanto Franco la considerasse una delle donne più straordinarie che avesse  conosciuto, ma lei non l’aveva mai vista. Ne era stata profondamente gelosa, gelosa del ricordo di Franco che forse, nella sua capacità di esteta, l’aveva resa ancora più interessante e per questo quanto mai detestabile. Gliel’aveva descritta con occhi e capelli scuri, capelli lunghi e lucidissimi con improvvisi riflessi azzurri. Zigomi pronunciati su una pelle sempre abbronzata, una bocca perfettamente proporzionata al viso sorridente. Ecco, Franco le aveva detto che Adriana non sorrideva con la bocca, ma con il viso. Gli occhi le si illuminavano dando luce all’intero volto.

“Vuole rivederle”.

Andò in cucina in attesa che arrivasse Silvia e mise su la pentola dell’acqua per la pasta. “Vuole rivederle”. Non se n’era accorta, ma Silvia era lì e l’aveva sentita sussurrare le due parole.

Che dici?”

Sobbalzò e quasi fu sul punto di gridarle: “Ebbene sì, le vuole rivedere”.

Allora si girò per affrontare lo sguardo di Silvia appoggiandosi al bordo della cucina.

“Tuo padre ha deciso di rivederle”, disse con un tono che non ammetteva repliche e si sentì una vigliacca dando a Franco tutta la responsabilità della sua decisione, come se lei ora non fosse che una semplice messaggera e volesse prendere comunque le distanze  dalla sua decisione.

“Chi, esattamente?” chiese Silvia scrutandola, ma senza un’apparente reazione emotiva.

Marta approfittò per girarsi verso la macchina del gas. Non voleva dirle quei nomi guardandola negli occhi. Strano, aveva pensato che Silvia avrebbe capito subito.

“Adriana e Cécile

Anche la francese?”

“Sì, anche Cécile. Mi ha dato l’incarico di chiamarle al più presto e invitarle qui per qualche giorno. Vuole parlare con loro, non so  di cosa”.

“Forse non lo sa neanche lui”, replicò Silvia facendo spallucce. “E comunque – aggiunse – noi forse non lo sapremo mai. Non so come fai ad accettare questa situazione, mamma”..

Ed ecco finalmente la stizza. Marta l’aveva attesa preoccupandosi che non arrivasse più. Sarebbe stato molto peggio, in fondo.  Ora sapeva di poter affrontare una discussione con lei.

“Non c’è alternativa. Non possiamo opporci. Si tratta di ospitarle per pochi giorni e se tu non vuoi frequentarle puoi trovare il modo di startene alla larga. In fin dei conti a casa ci stai ben poco, al massimo sarai costretta a vederle a cena. Porterò io il peso di questa situazione, non ti preoccupare”. E poi aggiunse: “Come al solito”.

Silvia si era seduta nel frattempo a tavola e giocava con le molliche rimaste sulla tovaglia. Era pensierosa e stranamente silenziosa.

“In fin dei conti, tutto ciò è molto romantico”, disse finalmente. “A papà è sempre piaciuto pensare di vivere in un film”.

E non avrebbe potuto dire niente di peggio. Marta si chiese se non l’avesse fatto apposta. La sua conflittualità con lei e Franco non era mai mascherata e Marta era consapevole del suo bisogno di ferirli con quel suo atteggiamento volutamente cinico. Tanto più ora.

Ma Silvia somigliava molto a Franco, erano quasi due gocce d’acqua con quel loro carattere rude. Il sarcasmo era il loro cibo quotidiano, non avevano certo il dono della simpatia. Anche se, proprio come Franco, Silvia era irresistibile. Non per la sua bellezza, no. Aveva un viso disarmonico ma interessante, col naso dritto  e gli occhi di Marta, un azzurro cupo che sembrava quasi un indaco, nelle giornate di maltempo. Come il mare che diventa scuro quando il cielo è grigio, così gli occhi di Silvia si trasformavano in piccoli pozzi profondi in cui non si riusciva a intravedere nulla. Le accadeva anche quando si arrabbiava. Sembrava un gatto e ci si sarebbe aspettato di vederle tirar fuori gli artigli. Sì, un gatto. E infatti poi sapeva essere misteriosa, una specie di sfinge che ha la capacità di leggerti l’anima senza neanche penetrare il tuo corpo. Le era del tutto naturale, lo aveva ereditato o imparato da Franco. Le bastava un’occhiata per capire chi si trovava di fronte e ne era così certa che questa sicurezza si tramutava in una sorta di superiorità congenita che gli altri finivano per accettare, riconoscere ed apprezzare.

Marta non replicò al suo commento.

Ora aveva altro per la testa.

Innanzitutto cosa avrebbe detto ad Adriana e a Cécile. Le avrebbe rintracciate? Avevano ancora quei vecchi numeri di telefono che le aveva dato Franco? Avrebbero accettato l’invito? Sapeva che molto sarebbe dipeso da lei  e da come sarebbe riuscita ad attirarle lì. Aveva quasi il sospetto che Franco la volesse mettere alla prova e se nessuna o anche solo una delle due non fosse venuta, forse lui avrebbe avuto la conferma di quel che sospettava: che lei era una donna gretta e gelosa, che anche in una situazione come la loro continuava a mantenere assurdi sentimenti di possesso. Non era così,  Franco lo sapeva bene, si divertiva solo a giocare con gli stati d’animo altrui buttando lì magari solo la parola giusta, proprio come Silvia.

“In fondo è romantico”, aveva detto Silvia. Franco invece le aveva detto solo: “voglio rivederle”. Ma in quella breve frase perentoria c’era il grido di chi si aggrappa ai propri ricordi perché non ha altro che lo aiuti ad andare avanti. Un grido romantico, non c’è dubbio.

Pranzarono in silenzio sapendo che Franco si era steso sul letto a riposare. Non si affacciò alla porta della sua stanza. Lo immaginava con un libro appoggiato sul petto, la radiolina sintonizzata sulla filodiffusione a basso volume e quasi percepì il  suo respiro faticoso.

Decise di mettere a posto le idee prima di provare a chiamare le due donne. Del resto, non era l’ora adatta. Quante volte le avevano spiegato che non si chiama al telefono all’ora del riposino pomeridiano? Ma chi si faceva ormai più di questi scrupoli? I cellulari suonano a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, in chiesa e nei musei, a teatro e perfino ai funerali.

Si disse che forse era meglio agire d’impulso. Tutto le era più facile quando doveva affrontarlo senza premeditazioni.

Andò al telefono e compose il numero di Adriana. Perché proprio lei per prima?

Ci misero un po’ a rispondere.

 “Pronto?”. Era un ragazzino

“Buon giorno, cercavo Adriana”

“Un momento, vado a chiamargliela, è fuori sul terrazzo”. Marta sentì il rumore della cornetta che veniva appoggiata in modo brusco accanto al telefono e poi la voce del ragazzino che allontanandosi chiamava la mamma.

Quindi Adriana aveva un figlio, ma Marta non lo sapeva e si chiese se  Franco fosse aggiornato. A sentirlo al telefono doveva avere circa 10 anni.

“Pronto”

Eccola Adriana, con la sua voce profonda che lei non aveva mai sentito prima ma di cui le aveva parlato Franco.

“Sì, pronto, scusami Adriana”

Ma chi è?”

“Sono Marta, la moglie di Franco”.

Si era aspettata un attimo di silenzio dall’altra parte del filo e invece Adriana disse subito:

“Marta? Salve Marta, non ci siamo mai viste ma è come se ti conoscessi. Che succede, come mai questa telefonata?”. Nessun cambio di tono, una voce calda e amichevole, quasi divertita.

“Ti chiamo perché Franco vorrebbe invitarti qui per qualche giorno”, rispose Marta senza riprendere fiato.

Che novità è questa? Ma che è matto? E sei tu a fare questa telefonata d’invito. Franco non finirà mai di stupirmi. Sono tanti  anni che non ci vediamo, perché dovrei venire?”.

La sentì ridacchiare.

E allora Marta, abbassando il tono della voce, le disse: ”Perché sta morendo”.